Progetti

Terra Franca Memoria Digitale, un percorso di legalità nel nome di chi ha lottato contro la mafia

Terra Franca Memoria Digitale, un percorso di legalità nel nome di chi ha lottato contro la mafia 800 533 TERRA FRANCA

All’interno del nostro agrumeto qualche tempo fa abbiamo piantumato alcuni alberelli dedicandoli idealmente a persone che hanno speso e sacrificato la propria vita per lottare contro la mafia e perseguendo i valori della giustizia e della legalità.

Quando abbiamo pensato di realizzare un museo digitale è stato quindi naturale immaginarvi all’interno una sezione dedicata alle memorie vive di questi uomini e di queste donne. Per ovvie ragioni è stato necessario sceglierne un numero limitato: ad oggi, in Italia sono morte per mano mafiosa 1.062 persone.  Libera,  l’associazione contro le mafie fondata da don Luigi Ciotti, ha raccolto i loro nomi in un lungo elenco per preservarne la memoria. Un lavoro che, a partire dal 2018, scava fino agli ultimi anni dell’Ottocento. Noi ne abbiamo scelti 14, per le esperienze significative che rappresentano. 

Per far conoscere le loro storie abbiamo posizionato a Terra Franca 14 pannelli interattivi, ciascuno dedicato a una vittima della mafia. Basta trovare e inquadrare i 14 QR code per approfondire le loro storie e aiutarci a tramandare il loro valore di donne e uomini che hanno dedicato la vita, talvolta anche perdendola, nella lotta contro le mafie.
Ogni codice condurrà a una scheda commemorativa, che spiega la storia e il segno che ciascuno di loro ha lasciato.

Scansiona, leggi, ricorda. Attraverso la tecnologia, rendiamo la memoria un atto quotidiano, accessibile e vivo.

Le quattordici personalità che abbiamo scelto sono: Libero Grassi, Giuseppe Di Matteo, Placido Rizzotto, Mario Francese, Giuseppe Fava, Rosario Livatino, Rocco Dicillo, Rocco Chinnici, Felicia Impastato, Peppino Impastato, Pio La Torre, Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, Paolo Giaccone.

Nasce Terra Franca Memoria Digitale, museo a cielo aperto a Cruillas

Nasce Terra Franca Memoria Digitale, museo a cielo aperto a Cruillas 1536 2048 TERRA FRANCA

Dal 27 giugno 2025 è pienamente operativo il museo Terra Franca Memoria Digitale, realizzato dalla ong Human Rights Youth Organization nel cuore di Cruillas, a Palermo, in un terreno confiscato alla mafia divenuto un luogo attrattivo e aggregativo, Terra Franca.

All’inaugurazione – nella sede di HRYO, nel centro storico, in vicolo San Basilio 10 – è stata presentata la nuova sezione del sito www.terrafranca.it dedicata al polo museale Terra Franca Memoria Digitale: https://www.terra-franca.it/museo-digitale/

Scorrendo il sito, si incontrano le varie sezioni del museo: alla memoria, ai valori e alla lotta contro la mafia sono dedicate le biografie di , la lotta alla discriminazione di genere attraverso le voci delle donne, la cultura della biodiversità: tutto questo è parte di una mostra digitale e tattile, denominata Terra Franca-Memoria Digitale, che dal 27 giugno 2025 è a disposizione dell’offerta culturale di Palermo. In ogni sezione si trovano i QR code dedicati a 14 personalità che si sono distinte nel perseguire i valori della giustizia e legalità: donne e uomini che hanno dedicato la vita, talvolta anche perdendola, nella lotta contro le mafie.

In questo file potrete trovare alcune immagini relative alla serata dell’inaugurazione:

https://drive.google.com/file/d/1RWBtvSbyXAvJUhj3Quqbj8kkW-Bk7vgH/view?usp=drive_link

Ma in pratica come funziona il museo di HRYO? Ogni codice conduce a una scheda commemorativa, attraverso la quale si potrà conoscere la loro storia, il loro coraggio e il segno che hanno lasciato: da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, da Paolo Giaccone a Pio La Torre, da Mario Francese a Rosario Livatino.

Il motto del museo è: “Scansiona, leggi, ricorda”.

Attraverso la tecnologia, la memoria diventa quindi un atto quotidiano, accessibile e vivo.

Nella sezione sull’emancipazione femminile ci sono 10 biografie di donne che hanno lottato contro la discriminazione di genere e ogni forma di ingiustizia. Donne come Sojourner Truth, Marielle Franco, Rita Borsellino, Rosa Parks, Lina Merlin, Letizia Battaglia, che hanno sfidato regimi, mafie, razzismo, sessismo e silenzi imposti.

Sul sito è possibile pure vedere il minidocufilm “Il Sacco di Palermo”, curato dalla giornalista Antonella Folgheretti. L’audiovisivo ripercorre le tappe storiche del boom edilizio avvenuto tra gli anni Trenta e Sessanta del XX secolo, che ha stravolto la fisionomia architettonica della città di Palermo.

Il video è visibile al seguente link: https://studio.youtube.com/video/yvKKtH6rxCM/edit

Le altre tre sezioni permettono di conoscere la vita del pollaio, la biodiversità in un terreno coltivato con il metodo della permacultura come Terra Franca e, grazie a una fedele ricostruzione di un’arnia top bar, si potrà osservare da vicino l’organizzazione perfetta dell’alveare: i movimenti della regina, il lavoro instancabile delle operaie, la costruzione dei favi, la raccolta del nettare.

Memoria Digitale è un progetto finanziato dall’Unione Europea nell’ambito del PNRR per il settore relativo alla transizione digitale degli organismi culturali e creativi. Uno dei focus del progetto è proprio quello sull’importanza della memoria, elemento fondamentale in un terreno confiscato alla mafia. Il progetto ha permesso di creare del materiale digitale ad hoc e accessibile a tutti, che mettesse in risalto i valori su cui si basa la nostra associazione e istituisse un percorso permanente.

A questo ambizioso obiettivo si somma il desiderio di rendere Terra Franca un luogo più inclusivo e attento alle esigenze di tutti. Infatti, la digitalizzazione dello spazio consentirà l’accesso ai contenuti culturali anche a persone con difficoltà di movimento e/o apprendimento, grazie all’utilizzo di visori VR e all’impiego di una metodologia immersiva e interattiva. Inoltre, la creazione di una sezione dedicata al progetto sul sito web di Terra Franca permetterà all’utenza di accedere ai contenuti digitali anche da remoto.

Il museo si inserirà all’interno di un circuito di organizzazioni e reti che garantiranno la sua fruizione nel tempo da parte di un pubblico non solo locale, ma anche nazionale e internazionale.

Il terreno all’interno del quale sorge il museo fa parte del Circuito dei beni confiscati. HRYO fa parte del Comitato Educativo della VI Circoscrizione, dell’Osservatorio sulla dispersione scolastica ed è in rete con le organizzazioni del territorio che non ne fanno parte.  Terra Franca è anche parte del circuito di permacultura siciliana, e ospita mensilmente gli incontri della rete.

Un orto condiviso e lezioni di educazione ambientale: parte il progetto Green Ability

Un orto condiviso e lezioni di educazione ambientale: parte il progetto Green Ability 1080 801 TERRA FRANCA

Terra Franca sbarca un progetto che coinvolge bambini e ragazzi con disabilità fisiche e psichiche in attività di educazione ambietali. Lo scopo del progetto, denominato Green Ability, è quello di creare un orto comunitario accessibile a tutti. Green Ability è sviluppato nell’ambito della Federsid – Federazione Sociale Italiana per le disabilità – in collaborazione con l’associazione Uniamoci Onlus.

Con Green Ability all’interno di Terra Franca sarà sviluppata una sezione specifica indirizzata a bimbi e adolescenti dai 3 ai 17 anni, con e senza disabilità. Si parte con le lezioni-workshop, per introdurre concetti chiave dell’educazione ambientale, spiegare la piantumazione di specie arboree e ortaggi, scegliere le piante da coltivare. L’attività sarà condivisa con i ragazzi residenti nel quartiere di Cruillas. Il passo successivo sarà l’organizzazione e l’implementazione di seminari di costruzione: l’approccio e quello maieutico, l’obiettivo è quello di realizzare panchine, tavoli, semenzai, casette per uccelli e installare un serbatoio per l’acqua piovana. Le attività legate all’orto sono tantissime e piano piano l’orto si amplierà e fiorirà. Contemporaneamente, il progetto Green Ability prevede un laboratorio di ceramica e diversi incontri con le scuole. L’evento clou, a settembre, sarà l’inaugurazione dell’orto condiviso.

Human Rights Youth Organization ritiene che il progetto Green Ability possa svolgere un ruolo fondamentale nello sviluppo delle competenze sociali e pratiche dei bambini e dei ragazzi coinvolti. La creazione di un orto non solo promuove l’educazione ambientale, ma offre anche un’opportunità per costruire relazioni tra i partecipanti.

In un contesto inclusivo, i bambini e i giovani possono lavorare insieme, imparando contemporaneamente a coltivare piante e vegetali. Questo lavoro di squadra stimola la comunicazione e l’interazione sociale, aiutando a superare barriere. Le attività come la semina, la cura delle piante e il raccolto, incoraggiano l’autonomia e la responsabilità.

Inoltre, l’orto condiviso può diventare per il quartiere un luogo di apprendimento dove si possono insegnare nozioni di botanica, sostenibilità e alimentazione sana. Ogni partecipante, indipendentemente dalle proprie abilità, ha un ruolo importante, contribuendo alla cura del giardino e raccogliendo i frutti del proprio impegno.

Anche le attività sensoriali, come toccare la terra o annusare le piante,  saranno adattate alle diverse esigenze, offrendo esperienze personalizzate. Infine, il risultato finale dell’orto condiviso non è solo un raccolto di frutta e verdura, ma anche una comunità coesa e un forte senso di appartenenza, promuovendo un messaggio di inclusione e rispetto reciproco.

La Federsid

La Federsid, Federazione Sociale Italiana per le disabilità, fondata nell’Aprile 2013 a Palermo è una federazione formata da diversi organismi operanti nel settore della disabilità.

Dal 2013 la federazione opera in diversi ambiti, da quello progettuale e programmatico a quello di advocacy presso le istituzioni pubbliche.

Gli enti direttivi dell’organizzazione sono l’associazione Uniamoci Onlus, L’associazione HRYO Human Rights Youth Organization e l’associazione Porte Aperte.

La Federazione ha promosso negli anni la nascita di un network nazionale ed europeo a cui partecipano fra le maggiori organizzazioni operanti nel settore della disabilità.

Andrea, Gabriele, Gaspare e Laura: quattro storie dietro al Servizio Civile

Andrea, Gabriele, Gaspare e Laura: quattro storie dietro al Servizio Civile 1280 960 TERRA FRANCA

L’empatia verso il mondo naturale unisce le storie dei quattro giovani che da qualche settimana sono impegnati a Terra Franca in un progetto del Servizio Civile Ambientale. Andrea, Gabriele, Gaspare e Laura supportano con entusiasmo il significativo investimento di HRYO sull’educazione alla tutela dell’ambiente e nella promozione di comportamenti sostenibili. Le loro sono storie che parlano di creatività, riconnessione con la terra, curiosità e impegno.

Andrea ha 29 anni e, prima di diventare amministratore di condominio, ha accumulato diverse esperienze lavorative. Da sempre ha un forte legame con la natura e gli animali e ha deciso di impegnarsi nel Servizio civile ambientale a Terra Franca per avere l’opportunità di viverli da vicino.

Gabriele ha deciso di partecipare al servizio civile ambientale per acquisire nuove competenze, sviluppare un senso di responsabilità sociale, fare nuove esperienze e contribuire all’arricchimento del proprio curriculum. Ha 22 anni, la maturità classica e il Servizio Civile è per lui la prima esperienza lavorativa. Ama molto la terra e il contatto con la natura.

Per Gaspare, 22 anni, con la maturità scientifica in tasca, il servizio civile ambientale è un’opportunità per contribuire in maniera significativa alla sua crescita professionale. Il suo obiettivo a medio termine è quello di imparare a gestire un terreno sia pure con risorse esigue. La sua passione? Oltre all’agricoltura, l’allevamento di animali esotici e le scienze naturali.

Laura, 28 anni, è appassionatə di fumetti e videogiochi, viaggia per l’Italia lavorando nelle fiere più importanti del settore. Ex barista, si muove tra eventi e community geek, trasformando la sua passione in lavoro. Studia criminologia, conosce l’inglese e il tedesco, lingue che la aiutano a comunicare e interagire con persone di diverse culture. Ha scelto il servizio civile ambientale perché crede nella tutela della natura e in un futuro più sostenibile.

Alla fine del 2024 sono stati selezionati per il Servizio Civile Ambientale e hanno scelto di impegnarsi nel progetto proposto dalla Human Rights Youth Organization in collaborazione con l’Associazione Dasein.

Il progetto del Servizio Civile riguarda l’ideazione e la realizzazione di attività finalizzate alla promozione della conoscenza e della cultura della solidarietà mediante la promozione di forme di collaborazione tra gli enti del territorio. Il servizio civile è, non dimentichiamolo, un’esperienza che arricchisce non solo il singolo volontario, ma l’intera collettività. La collaborazione tra HRYO e Associazione Dasein dimostra l’importanza di unire le forze per costruire un futuro più sostenibile, garantire un ambiente sano e prospero per tutti e sviluppare opportunità per le nuove generazioni. La sede di Human Rights Youth Organization, Terra Franca, è accreditata per il Servizio Civile Universale.

Cosa è il Servizio Civile Ambientale

Il servizio civile ambientale è un programma di volontariato promosso dal governo italiano che permette ai giovani di impegnarsi per dodici mesi in progetti a favore dell’ambiente e della comunità. Gli obiettivi principali del servizio civile ambientale sono la tutela e la valorizzazione del territorio, la sensibilizzazione sulla sostenibilità ambientale e la promozione di comportamenti eco-sostenibili.

I volontari che partecipano al servizio civile ambientale possono svolgere attività di monitoraggio ambientale, educazione ambientale, recupero di aree degradate, manutenzione di parchi e giardini pubblici, promozione della raccolta differenziata e tanto altro. In questo modo, contribuiscono in maniera concreta alla salvaguardia dell’ambiente e al benessere della comunità. Si tratta di un’esperienza che, andando oltre il volontariato tradizionale, sviluppa competenze, in connessione con il territorio, spendibili nel mondo professionale.

“Affrontiamo il progetto per il Servizio Civile Universale con molto entusiasmo, perché siamo convinti dell’importanza del rapporto con le ragazze e i ragazzi, coi quali collaborare in una dimensione di memoria attiva e di buone pratiche”, dice il presidente di HRYO, Marco Farina.

Progetto Alveare entra nel vivo, intervista ad Antonietta Fazio

Progetto Alveare entra nel vivo, intervista ad Antonietta Fazio 554 714 TERRA FRANCA

Disuguaglianze crescenti, studenti in fuga o che soccombono sotto il peso degli aspetti iterpersonali e familiari correlati alla sofferenza individuale, abitudini dannose come ad esempio l’abuso dei social o il fumo e l’alcol, ma anche l’abbandono delle istituzioni, le periferie inaridite, la logica delle imprese applicata sempre più frequentemente alle scuole. 

I problemi sono tanti e mettono a rischio la nostra società. 

Ma noi sogniamo bambini e ragazzi per quello che possono diventare, non per quello che sono: la cultura è la medicina per bambini e ragazzi sempre più fragili, sempre più frazionati nelle disuguaglianze (rapporto Save the children). 

Questa convinzione ci spinge a portare avanti progetti come Alveare, che non si limita all’utilizzo di tecniche e teorie specifiche, ma si avvale di importanti fattori terapeutici, come il rapporto diretto con la natura e la meditazione. 

Alveare (2023-PE3-00054) è ormai un progetto più che avviato, al servizio della comunità di minori alla quale è dedicato come iniziativa per contrastare la dispersione scolastica, il bullismo e l’esclusione sociale tra i più piccoli. Alveare, ricordiamolo, è stato avviato a settembre 2024 grazie al sostegno del Dipartimento per le Politiche di Coesione e per il Sud, con finanziamenti dell’Unione Europea attraverso il programma Next Generation EU.

Abbiamo chiesto ad Antonietta Fazio, presidente dell’associazione San Giovanni Apostolo onlus, partner con HRYO, l’Istituto Comprensivo Giuliana Saladino e il Centro Muni Gyana del progetto, di rispondere ad alcune domande. 

  • Antonietta, Alveare proporrà percorsi educativi basati su attività culturali, ambientali e di sostegno scolastico. Quali saranno?

Alveare è un progetto che propone attività e quindi percorsi educativi che sono basati su attività di sostegno scolastico per ben 21 mesi sui 24 del progetto. Sono due le modalità. La prima è quella in orario antimeridiano, a scuola, all’Istituto Giuliana Saladino, partner del progetto, che prevede la presenza per due volte a settimana di 3 educatori dell’associazione San Giovanni Apostolo che si prendono cura e accompagnano un buon numero di minori, individuati e segnalati dalla scuola. Si tratta di ragazzi che hanno difficoltà e lacune e l’obiettivo è naturalmente quello di riuscire a farli arrivare al livello del resto della classe. La seconda è la modalità del sostegno scolastico pomeridiano, che si svolge tre volte a settimana nei locali dell’associazione San Giovanni Apostolo: il rapporto tra educatori e minori è di quasi uno a uno. Le attività sono sempre programmate e sviluppate in accordo con i docenti della scuola, al fine di non causare nei bambini un disorientamento rispetto alle modalità di apprendimento. In questi mesi, cioè da settembre, abbiamo potuto toccare con mano risultati palpabili. Le altre attività del progetto Alveare sono il percorso di meditazione e di sviluppo dell’autoconsapevolezza, che si rivolgerà prioritariamente alle famiglie, soprattutto alle mamme dei bambini e delle bambine che fanno parte del progetto, per dare la possibilità di approfondire il senso di genitorialità e mettere in comunione con altri genitori le problematiche quotidiane che si affrontano e che possono beneficiare di scambi di esperienze per trovare soluzioni. Le altre attività sono il percorso educativo a Terra Franca, svolto da HRYO, con laboratori ambientali all’interno del bene confiscato alla mafia. Si tratta di attività ben rodate, perché le due associazioni hanno uno stretto rapporto in tal senso da diversi anni. I bambini, per gruppi, svolgeranno attività che permetteranno loro di conoscere piante, fiori, alberi, api. Un altro laboratorio è denominato come il progetto, Alveare: si tratta di educazione alla salvaguardia dell’ambiente, si svolgerà in orario scolastico con le classi di seconda e terza elementare individuate dai docenti.

  • L’obiettivo di Alveare è offrire a 150 bambini tra i 5 e i 10 anni  opportunità educative che li aiutino a superare le difficoltà legate a contesti di disagio e a rischio di vulnerabilità. Alveare è partito ufficialmente a settembre, con la fase di elaborazione dei dati e l’organizzazione delle attività. Qual è l’approccio più costruttivo e come vi siete preparati ad affrontare tale sfida?

L’approccio più costruttivo è ed è stato il lavoro sinergico tra i partner di progetto, soprattutto con la scuola. In fase preparatoria, duranti gli incontri di coordinamento e di preparazione, sono stati fondamentali. Ci siamo preparati con il desiderio di affrontare questa sfida al meglio e abbiamo puntato molto sulla scelta di educatori ed educatrici con grande esperienza.

  • Le situazioni di fragilità, se non prese in tempo, possono rappresentare una linea diretta verso le tossicodipendenze, le psicopatologie, il disadattamento sociale e le forme estreme di ritiro sociale. Ci puoi fare un quadro della realtà della Sesta Circoscrizione dal tuo punto di vista?

Le situazioni di fragilità sicuramente rappresentano una linea diretta verso tutte le forme di disagio sociale che noi stiamo registrando in aumento in maniera fra l’altro esponenziale nel territorio di cui di occupiamo, ad esempio. La situazione, in questo periodo storico, in particolare nei quartieri Cruillas e Cep in cui il progetto si svolge, è quella di un gran numero di minori soggetti ad altissima povertà soprattutto educativa, dettata da delle situazioni familiari dove le capacità genitoriali sono ridotti al minimo. Questo, nella stragrande maggioranza dei casi, causata dal fatto che i genitori quasi sempre giovani, vengono fuori da un periodo storico di quindici anni circa – secondo il rilevamento del nostro servizio – di quasi totale mancanza di servizi rivolti a giovani e ad adolescenti, che ha determinato in loro una carenza di formazione genitoriale. La povertà educativa è veramente alta: c’è un totale disinteresse verso la scuola, un approccio con i social media veramente deleterio e una scala dei valori che vede al primo posto l’apparire, che sostituisce il valore dell’essere. Tutte le nostre attività cercano di ridurre queste situazioni di fragilità per migliorare la situazione e per questo motivo cerchiamo di lavorare anche sulla fascia adulta. Nel tempo, comunque, la Sesta Circoscrizione si è costruita in maniera informale quella che spesso viene definita con un termine anche abusato “comunità educante”, ma qui lo è realmente: le scuole, le famiglie, le parrocchie, gli enti sportivi, gli stessi commercianti contribuiscono a progetti come quello di Alveare. Due più due non fa quattro, ma cinque, in senso positivo.

  • Il progetto promuove il rispetto per la natura e le relazioni positive. Ci puoi spiegare il senso e l’importanza di questa azione formativa?

Le situazioni di fragilità non si riducono con facilità, ma siamo certi che tra gli strumenti più efficaci ci sono il rapporto con la natura e le relazioni positive. La natura distacca dai social media e fa instaurare relazioni “vere”, senza l’intermediazione del cellulare, ad esempio, il cui uso è pervasivo.  Quando il bambino è nella natura, quando corre, salta, si incanta per un’ape o per un lombrico, dal punto di vista sensoriale assume una grande ricchezza emozionale. Ai bambini dobbiamo offrire delle occasioni il più possibile naturali e delle relazioni autentiche. Col progetto Alveare noi diciamo a questi bambini che siamo davvero lì, per loro. Nella scuola accanto all’educazione formale deve esserci l’educazione del cuore.

  • Alveare, come tanti altri progetti del Terzo Settore, beneficia della collaborazione di una vera e propria rete di partner, stavolta locali. La collaborazione come traino della società, si può dire?

La collaborazione tra gli enti partner vuole essere traino della società.  Progetti come Alveare reggono grazie non solo alla buona volontà degli enti coinvolti, ma quando, mettendo insieme le varie competenze con lealtà e spirito di collaborazione, i fatti riescono a seguire alle parole. La collaborazione, diciamolo, è garanzia di valore. 

Il sacco di Palermo nel nostro minidoc: una storia che ha ancora molti segreti

Il sacco di Palermo nel nostro minidoc: una storia che ha ancora molti segreti 1600 737 TERRA FRANCA

Se avete visto foto in bianco e nero di Palermo com’era fino agli anni Trenta del secolo scorso potrete constatare che è una città che si stenta a riconoscere. I mutamenti sono tanti e tali da sconcertare. Cosa ne è della città celebrata da scrittori di fama mondiale come Goethe? Che poi, come è noto, sin dalla sua fondazione,  nella città di Palermo – dove circolano i popoli, si muovono le genti, migrano migliaia di individui portandosi dietro culture e lingue, che ogni istante creano nuove culture e nuove lingue –  ci sono inserti fenici, greci, romani, e quindi francesi, spagnoli e via dicendo in una stratificazione che ne aveva fatto un gioiello architettonico. Alla fine, allora, come siamo arrivati alla città che oggi vediamo?

Per raccontarvelo vogliamo partire da quando Human Rights Youth Organization si è infatuata, all’Ufficio Beni Confiscati del Comune di Palermo, di un’area che sarebbe diventata Terra Franca. La Human Rights Youth Organization, per inciso, si è costituita nel 2009 per promuovere diversi iniziative culturali e ambientali ha il proprio focus nella promozione dei diritti umani.

Nel 2019 HRYO ha scelto quella porzione di territorio nel quartiere periferico di Cruillas, immaginandola con colori sorprendenti, insetti, lucertole, nugoli di uccellini rumorosi, api e galline, con un ritmo lento per un luogo naturale nel mezzo di un contesto propriamente cittadino.

Così, ha sviluppato una proposta progettuale con l’obiettivo di ridare lo spazio di Terra Franca al luogo, al paesaggio, alla società: per cercare di salvare almeno una porzione di un quartiere che è stato antropizzato negli anni Settanta dal sodalizio fra mafia, grandi imprese e mala politica. Dopo l’approvazione del progetto, HRYO ha dedicato le sue energie a questo terreno confiscato alla mafia all’interno del quartiere Cruillas. Attraverso attività formative e inclusive, vogliamo dare speranza alla comunità locale nella lotta contro le mafie e rafforzare la sensibilizzazione su temi ambientali.

Cruillas è uno dei quartieri palermitani di più recente costruzione. La sua storia si intreccia con quella del Sacco di Palermo e bisognerà passare attraverso una storia frammentaria – in cui ci toccherà raccogliere pezzi seminati per strada e ridare loro una forma, scansando le lunghe digressioni che intralciano la conoscenza di fatti e di luoghi – per individuare le ragioni e le conseguenze di molte scelte urbanistiche che hanno violato e deturpato irreparabilmente il volto di Palermo.

Tutto questo lo abbiamo trasformato in un minidocumentario che potrete trovare a questo link: Il video è visibile al seguente link: https://studio.youtube.com/video/yvKKtH6rxCM/edit

La storia, invece, ve la raccontiamo un po’ più ampiamente qui.

Il sacco di Palermo avviene tra gli anni ’50 e agli anni ’70, periodo cruciale per lo sviluppo urbano di Palermo, perché ne determina le linee di urbanizzazione che ancora oggi la città segue.

Non si può però schiacciare la storia dell’urbanistica palermitana e del “sacco di Palermo” su pochi attori e poche cause: la mafia; la corruzione dei politici; la miseria di quel che restava della nobiltà con la consequenziale fame di nuove fonti di guadagno; l’inerzia e, a volte, spesso, la complicità della borghesia.

E’una storia molto più complessa, che vede un quadro molto più ampio. C’era una società che usciva dalla seconda guerra mondiale e in rapida trasformazione; c’è l’inurbamento promosso dal nuovo ruolo di capitale regionale dopo l’autonomia,  con l’affluenza di migliaia di siciliani provenienti da ogni parte dell’Isola per occupare posti di lavoro nella pubblica amministrazione; si incrociano, infine, anche le lotte e le scelte dei movimenti politici, soprattutto quelli per la casa; ci sono infine le più ampie tendenze alla scala nazionale: su tutto, c’è la scelta di puntare altrove per l’industrializzazione del Paese e la deindustrializzazione di città come Palermo diviene il motore di sviluppo del nord industriale, garantendo manodopera migrante a basso costo.

Il “sacco di Palermo” non è un insieme di operazioni perniciose avvenute intorno agli anni Cinquanta e Settanta del secolo scorso: è un processo che dalla fine dell’Ottocento si avvarrà – per quasi tutto il secolo a venire – di un granitico blocco economico, politico, sociale e malavitoso che ruota attorno all’edilizia, alla proprietà dei suoli, alla capacità di sostenere processi legislativi e amministrativi considerati vantaggiosi, bloccando invece quelli sgraditi, e mobilitando risorse e voti. Il blocco di potere cambia nei decenni, poiché il processo ha innescato una forte mobilità sociale. Non cambia il risultato. “I piani urbanistici tracciati dal 1860 al 1962 prevedono una distruzione del disegno urbano tradizionale – scrive il progettista Pier Luigi Cervellati nella sua relazione al PPE del 1989 -, che nel corso del tempo è diventata sempre più radicale e violenta.” Come scrive Salvatore Butera: “questa mutazione genetica della città avvenne certo ad opera della mafia e dell’intreccio col malaffare della politica ma che contro di essa non vi si erse un popolo di vittime innocenti. Dai professionisti, notai, avvocati, ingegneri, architetti, geometri, alla gente comune, a coloro che della casa avevano bisogno.”

La crescente segregazione tra le varie Palermo è stata promossa dalla pratica di pianificazione in sé, ma anche dalla sistematica svalutazione e mancata applicazione degli strumenti di zonizzazione, che sono parte della costruzione delle periferie e del centro storico come “altro”. Si può affermare senza ombra di dubbio che nella Palermo del dopoguerra viene operata, artatamente, una separazione tra i diversi pezzi della società anche mediante la costruzione di nuovi quartieri. Vivere nel bello – anzi, nel decoro – è un’utopia riservata a chi può permetterselo.

Ma anche il vivere nel bello diventa difficile per chi può permetterselo. Prendiamo ad esempio i giardini di via Libertà.

Il primo tronco della via Libertà, compreso tre le piazze Ruggero Settimo e Castelnuovo, da un lato, e Francesco Crispi e Antonio Mordini, dall’altro, è ancora oggi il più bel viale alberato della nostra città.

Tracciata nel 1848, la sua edificazione ebbe inizio solo a partire dal 1884 con la lottizzazione del suo lato orientale, mentre sul lato opposto, che nel 1891 – 92 accolse le effimere architetture dell’Esposizione Nazionale, la costruzione della cortina edilizia cominciò solo qualche anno prima della nascita del XX secolo. Era la strada preferita dalla borghesia cittadina, che l’aveva adornata con ville, tra il 1890 e il 1914, definita dai migliori ingegneri e architetti del tempo.

Ma il viale nel 1976 poteva già dirsi in gran parte irrimediabilmente perduto. Il Piano Regolatore Generale di Palermo del 1962, infatti, lo consegnò alle società immobiliari che in pochissimi anni sostituirono più del 60% dei suoi edifici originari; quelli scampati alla demolizione sono oggi sovrastati da moderni edifici condominiali, molti dei quali privi di qualità architettonica.

Scomparsi, ad esempio, i giardini al piano terra di tutti gli edifici che su di essa si affacciavano. Oggi solo alcuni degli edifici scampati al “sacco di Palermo” conservano questi piccoli giardini, degli altri è possibile riconoscere soltanto qualche elemento superstite delle antiche recinzioni.

I dati e l’inchiesta

Secondo l’Istat, nel 1951 Palermo contava 490.692 residenti; 130.000 abitavano nel centro storico martoriato dalle bombe, che avevano reso inabitabili circa 69.000 vani devastando il 42,3 per cento della città. Nel 1971, i residenti nel centro storico erano appena 35.000, su una popolazione complessiva salita a 642.814 persone: un’esplosione demografica che aveva fatto lievitare l’area urbanizzata da 600 a 5.000 ettari, frutto di quello che è passato alla storia come il “sacco edilizio” politico-mafioso di Palermo. Questa definizione (coniata nel 1954 dall’esponente politico Aldo Natoli per la recente storia urbanistica di Roma) venne utilizzata per la prima volta in riferimento a Palermo dal giornalista Roberto Ciuni per descrivere nel 1961 il dispiego di cemento che stava stravolgendo il capoluogo dell’Isola.

Ciuni impiegò l’espressione “sacco edilizio” sulle pagine del quotidiano “L’Ora” in un’inchiesta in tre puntate. Il giornalista stabilì con precisione nel novembre del 1952 l’avvio del “sacco” cittadino, promosso allora grazie ad una convergenza d’interessi.

A fare le spese della pianificata speculazione edilizia fu il centro storico di Palermo danneggiato dalle bombe della guerra e fatto oggetto di un piano di risanamento rimasto astutamente inattuato: la creazione di nuovi quartieri periferici lungo l’asse di via Sciuti e della piana dei Colli avrebbe infatti garantito ben altri affari.

La storia recente ci dice che a Palermo l’urbanistica e l’architettura moderna hanno lasciato poco spazio alla conservazione del patrimonio storico, architettonico e delle aree verdi. I principali documenti cartografici e catastali storici sui quali si è operato fino al PRG del 1989 risalivano al 1877, 1881, 1912, 1930, 1954 e non tenevano conto dei borghi fuori le mura e della Conca d’Oro, divenute parte integrante della città: questo ha creato un alibi per quanti, negli anni ha compiuto operazioni di tabula rasa e di distruzione di cospicue parti di città.

È  in questo periodo che la rendita fondiaria ha il sopravvento sulle altre componenti della rendita cittadina: l’economia palermitana trova nell’attività edilizia la componente dominante. La parcellizzazione dei terreni avviene nell’interesse dei grandi proprietari, in accordo con la politica. In questo contesto di interessi si inserisce la mafia, che ha abbandonato i sistemi usati tradizionalmente e, sul modello della malavita americana, si è innesta nell’attività economica, con prevalenza verso il settore edilizio che all’epoca è quello più remunerativo.

Il sacco di Palermo trova il suo fulcro nella determinazione del Comune di Palermo di coinvolgere nei “Piani di ampliamento al Piano di Ricostruzione” pure iniziative esterne a Palazzo delle Aquile che danno un loro senso allo sviluppo della città.

Nel 1955 viene nominato un commissario prefettizio, Giuseppe Salerno, e si insediano poco dopo due commissioni, entrambe incaricate di redigere il piano regolatore generale del Comune di Palermo. Salerno procede ad approvare le convenzioni già stipulate dal sindaco Scaduto. Nascono via Empedocle Restivo, viale Campania, viale Lazio: nasce così il boom edilizio di Palermo.

Nel 1956 il Piano regolatore generale subisce un’accelerazione. Le disposizioni della Regione vogliono che il PRG venga accompagnato da un piano di coordinamento esteso ai sedici Comuni che formano l’hinterland cittadino e da un piano particolareggiato di risanamento del centro storico. Nel frattempo, mentre si discute il PRG, la città continua a crescere. Intere aree soggette ai piani particolareggiati sono sottoposte alla speculazione con demolizioni arbitrarie e con una edilizia di sostituzione simile a quella delle zone di espansione, con indici troppo elevati e altezze esagerate.

Tra le tante vicende, la più scandalosa è quella che riguarda Villa Deliella. Il 28 novembre 1959 è presentata (e il giorno stesso, un sabato, ottenuta) dal suo proprietario – il principe e ingegnere Francesco Lanza di Scalea – un’istanza ufficiale di demolizione di villa Deliella alle Croci. Si tratta di una costruzione realizzata nel 1909 da Ernesto Basile. Gli operai lavorano tutto il fine settimana per demolirla, mentre in via Libertà e nell’attiguo Giardino Inglese la vita scorre come sempre. L’amministrazione comunale non ritiene di dovere applicare la legge di salvaguardia, nonostante nel PRG del 1959, approvato pochi mesi prima, l’edificio figuri come “edificio monumentale da conservare” vincolando il giardino come verde privato e il regolamento edilizio allegato al piano regolatore ne vieti la demolizione. Sulla fine del villino Deliella si alza, in ritardo, un vero e proprio scandalo. Ormai si parla apertamente di “Sacco di Palermo”.

Sono anni in cui i nomi di Vito Ciancimino e Salvo Lima hanno un peso specifico enorme.

Nel 1962 la cosiddetta Legge Gioia, la numero 28, procura i fondi per un nucleo del primo piano di edilizia economica e popolare (legge 167 del 1962): destinati al risanamento del centro storico, vengono utilizzati per la costruzione di villaggi satellite: nella Piana dei Colli sorge lo ZEN (acronimo di Zona Espansione Nord), ufficialmente chiamato San Filippo Neri; a Borgo Nuovo con il CEP (coordinamento edilizia popolare). Il primo è oggi diviso in Zen 1 e Zen 2, due aree con diverse peculiarità costruttive; il secondo occupa un’area che si integra e sovrappone con il quartiere di Cruillas, fino alle falde di Monte Cuccio ed è limitrofo al quartiere di Borgo Nuovo, al quale è simile per caratteristiche urbanistiche.

Piante viarie legate al Sacco, L’Ora

A poca distanza sorge Cruillas, alle falde di Monte Cuccio e vicino al quartiere di San Giovanni Apostolo e alla zona di Petrazzi. Cruillas è composto prevalentemente da edilizia popolare o da grossi complessi di bassa altezza che inglobano le abitazioni di borgata più basse, caratterizzate principalmente da case a schiera o case in linea con attività al piano basso e dall’altezza che non supera i tre piani. Nel quartiere si trova un santuario, dedicato alla Madonna del Rosario di Pompei, costruito tra il 1892 ed il 1896, e alcune ville utilizzate dalla nobiltà palermitana per la villeggiatura fuori porta, risalenti al XVIII secolo. Le costruzioni hanno fagocitato le aree verdi utilizzate prevalentemente a scopo agricolo, riducendo Cruillas a una delle tante porzioni di Palermo con troppe case e pochi servizi.

Tra il 1965 e il 1970 ogni anno cambiano uso oltre 200 ettari e da terre fertili e coltivate diventano peri­fe­rie fatte solo di cemento e di asfalto. Nella bor­gata di Cia­culli la mafia aveva però riser­vati per sé diversi agrumeti. Era la sola porzione della vecchia Conca d’Oro, fertile e ben irrigata, che aveva resistito all’assalto.

Il con­sumo di suolo si atte­nuò negli anni Ottanta, ma appena. Poi scese a 70 ettari tra il 1990 e il 2000 e quindi arrivò a 40.

L’espansione verso nord della città di Palermo aveva però determinato profonde trasformazioni nel territorio in cui si era inseria e aveva ovunque una peculiarità: la mancata realizzazione di servizi, attrezzature e per molto tempo anche di opere di urbanizzazione primaria.

L’assenza di servizi e di spazi pubblici determina un’ulteriore segregazione sociale nel rapporto col resto della città.

Durante la lunga sindacatura di Leoluca Orlando, che fece vivere alla città il sogno di una possibile Primavera, si sperimenta una inversione di tendenza, con i molti restauri e la vasta rivalutazione di intere zone del vecchio centro storico, all’interno del quale, però, continuano a convivere aree degradate ed edifici fatiscenti.

Foce dell’Oreto, foto FAI

Uno degli ultimi vergognosi capitoli del Sacco di Palermo è però quello che coinvolge Pizzo Sella, a nord di Palermo. Tra il 1978 e il 1983, su questo promontorio collinare che domina il golfo di Mondello il sodalizio tra mafia, politica e grandi imprese fece planare una colata di cemento per antropizzarlo manipolando lo strumento urbanistico del 1962.

Prima dell’entrata in vigore della legge urbanistica regionale, che avrebbe abbassato gli indici di edificabilità del piano regolatore, vengono rilasciate oltre trecento concessioni edilizie a nome di Rosa Greco, moglie del costruttore Andrea Notaro e sorella del boss mafioso Michele Greco. Solo quando 174 ville sono già edificate – e hanno stravolto irrimediabilmente l’orografia di Pizzo Sella – un esposto anonimo spinge la magistratura ad intervenire. Indagini dei carabinieri e della polizia municipale accertano allora un articolato progetto di lottizzazione fuori legge, i lavori vengono sospesi e si avvia un lungo iter processuale che evidenzia il subentro, dopo numerosi passaggi di proprietà, di società appartenenti a gruppi autorevoli quali Gardini e Ferruzzi.

La vicenda travolge le vite di chi ha acquistato in buona fede alcune delle ville finite complete di certificato di abitabilità. Nel 1997, infatti, l’intera area è sottoposta a sequestro preventivo. Acquisiti gli immobili, sotto le insistenti spinte delle associazioni ambientaliste, nel 1999 le ruspe comunali si muovono per abbattere gli ecomostri di Pizzo Sella, ma dopo sole cinque demolizioni tutto si ferma.

HER, empowering women

HER, empowering women 150 150 TERRA FRANCA


HER, empowering women

SEED (Skills development for Youth Empowerment and Employment reaDiness)

SEED (Skills development for Youth Empowerment and Employment reaDiness) 150 150 TERRA FRANCA


SEED (Skills development for Youth Empowerment and Employment reaDiness)

#Spreadthegame

#Spreadthegame 150 150 TERRA FRANCA


#SpreadTheGame

Enhance Youth Employability Youth Exchange

Enhance Youth Employability Youth Exchange 150 150 TERRA FRANCA


Enhance Youth Employability Youth Exchange