Terra Franca 2025: giovani, ambiente e comunità per una Palermo che cambiahttps://www.terra-franca.it/wp-content/uploads/2026/01/Immagine3.jpg730545TERRA FRANCATERRA FRANCAhttps://www.terra-franca.it/wp-content/uploads/2026/01/Immagine3.jpg
Nel cuore pulsante del quartiere Cruillas, a Palermo, sorge Terra Franca: un esempio virtuoso di rigenerazione sociale e ambientale. Questo spazio, un tempo confiscato alla mafia e oggi restituito alla collettività, si è nel tempo trasformato in un laboratorio di inclusione, legalità e valorizzazione dei beni comuni. Grazie all’impegno della Human Rights Youth Organization APS, il terreno – assegnato nel 2019 ad HRYO in uso gratuito dal Comune di Palermo – è oggi un centro polifunzionale dedicato a finalità sociali, educative e ambientali.
Dopo aver recuperato l’area secondo i principi della permacultura, l’associazione ha avviato un percorso di progettazione e trasformazione dello spazio. L’area, precedentemente abbandonata e segnata da degrado ambientale e abusi edilizi, è stata gradualmente rigenerata con l’obiettivo di restituirla alla comunità come luogo di memoria, bellezza e creatività. Oggi ospita un piccolo agrumeto storico, un laghetto didattico, una serra della biodiversità, un pollaio, un apiario olistico e spazi per la formazione e la sperimentazione, tra cui un forno per la ceramica. Questi elementi si integrano in un progetto complessivo che mira a fondere dimensioni educative, culturali e ambientali, trasformando l’area in un vero e proprio hub di rivendicazione climatica e innovazione sociale.
A questo punto, è importante sottolineare come Terra Franca si distingua anche per la capacità di tradurre gli obiettivi dei programmi europei in pratiche concrete sul territorio. Attraverso la progettazione europea, l’associazione attiva percorsi formativi, iniziative di sensibilizzazione ambientale e processi di partecipazione comunitaria, garantendo continuità di utilizzo del bene e produzione di impatto sociale misurabile. L’integrazione tra progettazione e gestione del bene confiscato rafforza la sostenibilità a medio-lungo termine dello spazio, valorizzandolo come laboratorio permanente di educazione, inclusione e cittadinanza attiva.
Il coinvolgimento della comunità rappresenta un altro pilastro fondamentale del progetto. Tra luglio e dicembre 2025, oltre 200 persone – bambini, adolescenti, giovani, volontari ed educatori – hanno animato Terra Franca, partecipando a laboratori, percorsi educativi e scambi europei. Qui, la creatività e la responsabilità si intrecciano, dando vita a nuove competenze relazionali, ambientali e di cittadinanza attiva.
Questa attenzione alla crescita personale e collettiva si riflette anche nella convinzione che cultura e ambiente siano beni comuni. HRYO promuove i diritti umani e civili, dialogando costantemente con istituzioni, scuole e partner europei. Tra i risultati più significativi dell’ultimo semestre, spiccano i percorsi dedicati alla sostenibilità ambientale e alla cittadinanza attiva, che hanno coinvolto circa 40 adolescenti in attività outdoor e laboratori esperienziali.
Per arricchire ulteriormente l’offerta culturale e formativa del territorio, tra le iniziative più recenti spicca la collaborazione con l’APS Booq per la creazione di una biblioteca della natura mobile di quartiere: uno spazio dedicato alla lettura, alla creatività e alla crescita collettiva.
Il radicamento territoriale si accompagna a una visione ampia e inclusiva, come dimostra la partecipazione al progetto Coopera, co-finanziato con fondi regionali, che mira a restituire ai cittadini palermitani quartieri più puliti e decorosi, promuovendo il rispetto dell’ambiente e il senso civico tra le nuove generazioni.
Un ulteriore riconoscimento del valore di Terra Franca è l’accreditamento per il Servizio Civile Universale. La sede si prepara così a diventare un vero hub di rivendicazione climatica, con il lancio di un museo digitale a cielo aperto, luogo di memoria condivisa. I volontari saranno protagonisti nell’organizzazione e nella manutenzione dello spazio, contribuendo a creare un ambiente accogliente e formativo per ragazze e ragazzi.
L’apertura internazionale dello spazio si manifesta chiaramente nelle attività svolte tra luglio e dicembre 2025, quando giovani e volontari provenienti da tutta Europa hanno contribuito non solo alla manutenzione, ma anche alla rigenerazione dei terreni, grazie a tecniche di agricoltura sostenibile e gestione del compost. La manutenzione dei sistemi di raccolta dell’acqua piovana ha reso lo spazio più resiliente, mentre la cura costante del verde e delle strutture ha garantito sicurezza e accoglienza per laboratori, attività educative e visite scolastiche.
Ogni giornata a Terra Franca diventa così occasione di apprendimento pratico e scambio di competenze, rafforzando il senso di appartenenza e responsabilità verso la comunità. Un momento significativo è stato il passaggio di testimone tra volontari uscenti e nuovi partecipanti del Servizio Civile Universale, a garanzia di continuità educativa e stabilità gestionale.
La vocazione internazionale dello spazio trova ulteriore conferma negli scambi giovanili: nel novembre 2025, lo Youth Exchange “Seeds in Motion” ha coinvolto 18 giovani europei in un percorso di apprendimento non formale su sostenibilità e partecipazione giovanile. Nell’ottobre 2025, la giornata formativa dello scambio “Folklore Futures” ha accolto 24 giovani, consolidando Terra Franca come luogo di dialogo interculturale e scambio di buone pratiche.
A completamento del quadro, nel trimestre ottobre-dicembre 2025, Terra Franca ha ospitato un percorso di messa alla prova, offrendo a una persona l’opportunità di partecipare attivamente alle attività di cura e manutenzione. Questo progetto rappresenta un esempio concreto di responsabilizzazione e inclusione sociale, valorizzando esperienze personali diverse e promuovendo la giustizia riparativa.
Infine, tra le iniziative di rilievo, il progetto biennale Alveare – sostenuto dal Dipartimento per le Politiche di Coesione e per il Sud e finanziato dall’Unione Europea – ha coinvolto 150 minori in attività di educazione ambientale, culturale e sostegno scolastico, contrastando dispersione scolastica, bullismo ed esclusione sociale. L’approccio pedagogico, basato su gioco, natura e relazione, ha favorito l’inclusione e la crescita dei cittadini di domani.
Progetti come I Love Sicily e Impresa BEE, invece, hanno offerto opportunità concrete di crescita personale e comunitaria a giovani donne e ragazzi provenienti da contesti vulnerabili, attraverso percorsi di formazione, creatività e partecipazione attiva.
A coronamento di questo percorso, il progetto “Terra Franca – Memoria Digitale”, realizzato in collaborazione con Invitalia e finanziato dal PNRR – Next Generation EU, ha portato all’inaugurazione di un museo digitale a cielo aperto. Grazie a contenuti multimediali e strumenti di realtà virtuale, il museo offre un’esperienza immersiva e accessibile anche da remoto, valorizzando temi come la restituzione dei beni confiscati, la lotta alla mafia, la tutela della biodiversità e l’inclusione. Questo investimento culturale e sociale di lungo periodo rafforza il ruolo di Terra Franca come spazio vivo di educazione, memoria e impegno collettivo.
In sintesi, Terra Franca si conferma uno spazio aperto alla comunità, luogo di memoria attiva, educazione ambientale e sperimentazione sociale, dove l’impegno di HRYO genera un impatto duraturo su persone e territorio.
Terra Franca Memoria Digitale, un percorso di legalità nel nome di chi ha lottato contro la mafiahttps://www.terra-franca.it/wp-content/uploads/2025/07/202104121257_Felicia-Impastato.jpg800533TERRA FRANCATERRA FRANCAhttps://www.terra-franca.it/wp-content/uploads/2025/07/202104121257_Felicia-Impastato.jpg
All’interno del nostro agrumeto qualche tempo fa abbiamo piantumato alcuni alberelli dedicandoli idealmente a persone che hanno speso e sacrificato la propria vita per lottare contro la mafia e perseguendo i valori della giustizia e della legalità.
Quando abbiamo pensato di realizzare un museo digitale è stato quindi naturale immaginarvi all’interno una sezione dedicata alle memorie vive di questi uomini e di queste donne. Per ovvie ragioni è stato necessario sceglierne un numero limitato: ad oggi, in Italia sono morte per mano mafiosa 1.062persone. Libera, l’associazione contro le mafie fondata da don Luigi Ciotti, ha raccolto i loro nomi in un lungo elenco per preservarne la memoria. Un lavoro che, a partire dal 2018, scava fino agli ultimi anni dell’Ottocento. Noi ne abbiamo scelti 14, per le esperienze significative che rappresentano.
Per far conoscere le loro storie abbiamo posizionato a Terra Franca 14 pannelli interattivi, ciascuno dedicato a una vittima della mafia. Basta trovare e inquadrare i 14 QR code per approfondire le loro storie e aiutarci a tramandare il loro valore di donne e uomini che hanno dedicato la vita, talvolta anche perdendola, nella lotta contro le mafie. Ogni codice condurrà a una scheda commemorativa, che spiega la storia e il segno che ciascuno di loro ha lasciato.
Scansiona, leggi, ricorda. Attraverso la tecnologia, rendiamo la memoria un atto quotidiano, accessibile e vivo.
Le quattordici personalità che abbiamo scelto sono: Libero Grassi, Giuseppe Di Matteo, Placido Rizzotto, Mario Francese, Giuseppe Fava, Rosario Livatino, Rocco Dicillo, Rocco Chinnici, Felicia Impastato, Peppino Impastato, Pio La Torre, Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, Paolo Giaccone.
Il sacco di Palermo nel nostro minidoc: una storia che ha ancora molti segretihttps://www.terra-franca.it/wp-content/uploads/2025/07/Conca_doro_prima_del_sacco.jpg1600737TERRA FRANCATERRA FRANCAhttps://www.terra-franca.it/wp-content/uploads/2025/07/Conca_doro_prima_del_sacco.jpg
Se avete visto foto in bianco e nero di Palermo com’era fino agli anni Trenta del secolo scorso potrete constatare che è una città che si stenta a riconoscere. I mutamenti sono tanti e tali da sconcertare. Cosa ne è della città celebrata da scrittori di fama mondiale come Goethe? Che poi, come è noto, sin dalla sua fondazione, nella città di Palermo – dove circolano i popoli, si muovono le genti, migrano migliaia di individui portandosi dietro culture e lingue, che ogni istante creano nuove culture e nuove lingue – ci sono inserti fenici, greci, romani, e quindi francesi, spagnoli e via dicendo in una stratificazione che ne aveva fatto un gioiello architettonico. Alla fine, allora, come siamo arrivati alla città che oggi vediamo?
Per raccontarvelo vogliamo partire da quando Human Rights Youth Organization si è infatuata, all’Ufficio Beni Confiscati del Comune di Palermo, di un’area che sarebbe diventata Terra Franca. La Human Rights Youth Organization, per inciso, si è costituita nel 2009 per promuovere diversi iniziative culturali e ambientali ha il proprio focus nella promozione dei diritti umani.
Nel 2019 HRYO ha scelto quella porzione di territorio nel quartiere periferico di Cruillas, immaginandola con colori sorprendenti, insetti, lucertole, nugoli di uccellini rumorosi, api e galline, con un ritmo lento per un luogo naturale nel mezzo di un contesto propriamente cittadino.
Così, ha sviluppato una proposta progettuale con l’obiettivo di ridare lo spazio di Terra Franca al luogo, al paesaggio, alla società: per cercare di salvare almeno una porzione di un quartiere che è stato antropizzato negli anni Settanta dal sodalizio fra mafia, grandi imprese e mala politica. Dopo l’approvazione del progetto, HRYO ha dedicato le sue energie a questo terreno confiscato alla mafia all’interno del quartiere Cruillas. Attraverso attività formative e inclusive, vogliamo dare speranza alla comunità locale nella lotta contro le mafie e rafforzare la sensibilizzazione su temi ambientali.
Cruillas è uno dei quartieri palermitani di più recente costruzione. La sua storia si intreccia con quella del Sacco di Palermo e bisognerà passare attraverso una storia frammentaria – in cui ci toccherà raccogliere pezzi seminati per strada e ridare loro una forma, scansando le lunghe digressioni che intralciano la conoscenza di fatti e di luoghi – per individuare le ragioni e le conseguenze di molte scelte urbanistiche che hanno violato e deturpato irreparabilmente il volto di Palermo.
La storia, invece, ve la raccontiamo un po’ più ampiamente qui.
Il sacco di Palermo avviene tra gli anni ’50 e agli anni ’70, periodo cruciale per lo sviluppo urbano di Palermo, perché ne determina le linee di urbanizzazione che ancora oggi la città segue.
Non si può però schiacciare la storia dell’urbanistica palermitana e del “sacco di Palermo” su pochi attori e poche cause: la mafia; la corruzione dei politici; la miseria di quel che restava della nobiltà con la consequenziale fame di nuove fonti di guadagno; l’inerzia e, a volte, spesso, la complicità della borghesia.
E’una storia molto più complessa, che vede un quadro molto più ampio. C’era una società che usciva dalla seconda guerra mondiale e in rapida trasformazione; c’è l’inurbamento promosso dal nuovo ruolo di capitale regionale dopo l’autonomia, con l’affluenza di migliaia di siciliani provenienti da ogni parte dell’Isola per occupare posti di lavoro nella pubblica amministrazione; si incrociano, infine, anche le lotte e le scelte dei movimenti politici, soprattutto quelli per la casa; ci sono infine le più ampie tendenze alla scala nazionale: su tutto, c’è la scelta di puntare altrove per l’industrializzazione del Paese e la deindustrializzazione di città come Palermo diviene il motore di sviluppo del nord industriale, garantendo manodopera migrante a basso costo.
Il “sacco di Palermo” non è un insieme di operazioni perniciose avvenute intorno agli anni Cinquanta e Settanta del secolo scorso: è un processo che dalla fine dell’Ottocento si avvarrà – per quasi tutto il secolo a venire – di un granitico blocco economico, politico, sociale e malavitoso che ruota attorno all’edilizia, alla proprietà dei suoli, alla capacità di sostenere processi legislativi e amministrativi considerati vantaggiosi, bloccando invece quelli sgraditi, e mobilitando risorse e voti. Il blocco di potere cambia nei decenni, poiché il processo ha innescato una forte mobilità sociale. Non cambia il risultato. “I piani urbanistici tracciati dal 1860 al 1962 prevedono una distruzione del disegno urbano tradizionale – scrive il progettista Pier Luigi Cervellati nella sua relazione al PPE del 1989 -, che nel corso del tempo è diventata sempre più radicale e violenta.” Come scrive Salvatore Butera: “questa mutazione genetica della città avvenne certo ad opera della mafia e dell’intreccio col malaffare della politica ma che contro di essa non vi si erse un popolo di vittime innocenti. Dai professionisti, notai, avvocati, ingegneri, architetti, geometri, alla gente comune, a coloro che della casa avevano bisogno.”
La crescente segregazione tra le varie Palermo è stata promossa dalla pratica di pianificazione in sé, ma anche dalla sistematica svalutazione e mancata applicazione degli strumenti di zonizzazione, che sono parte della costruzione delle periferie e del centro storico come “altro”. Si può affermare senza ombra di dubbio che nella Palermo del dopoguerra viene operata, artatamente, una separazione tra i diversi pezzi della società anche mediante la costruzione di nuovi quartieri. Vivere nel bello – anzi, nel decoro – è un’utopia riservata a chi può permetterselo.
Ma anche il vivere nel bello diventa difficile per chi può permetterselo. Prendiamo ad esempio i giardini di via Libertà.
Il primo tronco della via Libertà, compreso tre le piazze Ruggero Settimo e Castelnuovo, da un lato, e Francesco Crispi e Antonio Mordini, dall’altro, è ancora oggi il più bel viale alberato della nostra città.
Tracciata nel 1848, la sua edificazione ebbe inizio solo a partire dal 1884 con la lottizzazione del suo lato orientale, mentre sul lato opposto, che nel 1891 – 92 accolse le effimere architetture dell’Esposizione Nazionale, la costruzione della cortina edilizia cominciò solo qualche anno prima della nascita del XX secolo. Era la strada preferita dalla borghesia cittadina, che l’aveva adornata con ville, tra il 1890 e il 1914, definita dai migliori ingegneri e architetti del tempo.
Ma il viale nel 1976 poteva già dirsi in gran parte irrimediabilmente perduto. Il Piano Regolatore Generale di Palermo del 1962, infatti, lo consegnò alle società immobiliari che in pochissimi anni sostituirono più del 60% dei suoi edifici originari; quelli scampati alla demolizione sono oggi sovrastati da moderni edifici condominiali, molti dei quali privi di qualità architettonica.
Scomparsi, ad esempio, i giardini al piano terra di tutti gli edifici che su di essa si affacciavano. Oggi solo alcuni degli edifici scampati al “sacco di Palermo” conservano questi piccoli giardini, degli altri è possibile riconoscere soltanto qualche elemento superstite delle antiche recinzioni.
I dati e l’inchiesta
Secondo l’Istat, nel 1951 Palermo contava 490.692 residenti; 130.000 abitavano nel centro storico martoriato dalle bombe, che avevano reso inabitabili circa 69.000 vani devastando il 42,3 per cento della città. Nel 1971, i residenti nel centro storico erano appena 35.000, su una popolazione complessiva salita a 642.814 persone: un’esplosione demografica che aveva fatto lievitare l’area urbanizzata da 600 a 5.000 ettari, frutto di quello che è passato alla storia come il “sacco edilizio” politico-mafioso di Palermo. Questa definizione (coniata nel 1954 dall’esponente politico Aldo Natoli per la recente storia urbanistica di Roma) venne utilizzata per la prima volta in riferimento a Palermo dal giornalista Roberto Ciuni per descrivere nel 1961 il dispiego di cemento che stava stravolgendo il capoluogo dell’Isola.
Ciuni impiegò l’espressione “sacco edilizio” sulle pagine del quotidiano “L’Ora” in un’inchiesta in tre puntate. Il giornalista stabilì con precisione nel novembre del 1952 l’avvio del “sacco” cittadino, promosso allora grazie ad una convergenza d’interessi.
A fare le spese della pianificata speculazione edilizia fu il centro storico di Palermo danneggiato dalle bombe della guerra e fatto oggetto di un piano di risanamento rimasto astutamente inattuato: la creazione di nuovi quartieri periferici lungo l’asse di via Sciuti e della piana dei Colli avrebbe infatti garantito ben altri affari.
La storia recente ci dice che a Palermo l’urbanistica e l’architettura moderna hanno lasciato poco spazio alla conservazione del patrimonio storico, architettonico e delle aree verdi. I principali documenti cartografici e catastali storici sui quali si è operato fino al PRG del 1989 risalivano al 1877, 1881, 1912, 1930, 1954 e non tenevano conto dei borghi fuori le mura e della Conca d’Oro, divenute parte integrante della città: questo ha creato un alibi per quanti, negli anni ha compiuto operazioni di tabula rasa e di distruzione di cospicue parti di città.
È in questo periodo che la rendita fondiaria ha il sopravvento sulle altre componenti della rendita cittadina: l’economia palermitana trova nell’attività edilizia la componente dominante. La parcellizzazione dei terreni avviene nell’interesse dei grandi proprietari, in accordo con la politica. In questo contesto di interessi si inserisce la mafia, che ha abbandonato i sistemi usati tradizionalmente e, sul modello della malavita americana, si è innesta nell’attività economica, con prevalenza verso il settore edilizio che all’epoca è quello più remunerativo.
Il sacco di Palermo trova il suo fulcro nella determinazione del Comune di Palermo di coinvolgere nei “Piani di ampliamento al Piano di Ricostruzione” pure iniziative esterne a Palazzo delle Aquile che danno un loro senso allo sviluppo della città.
Nel 1955 viene nominato un commissario prefettizio, Giuseppe Salerno, e si insediano poco dopo due commissioni, entrambe incaricate di redigere il piano regolatore generale del Comune di Palermo. Salerno procede ad approvare le convenzioni già stipulate dal sindaco Scaduto. Nascono via Empedocle Restivo, viale Campania, viale Lazio: nasce così il boom edilizio di Palermo.
Nel 1956 il Piano regolatore generale subisce un’accelerazione. Le disposizioni della Regione vogliono che il PRG venga accompagnato da un piano di coordinamento esteso ai sedici Comuni che formano l’hinterland cittadino e da un piano particolareggiato di risanamento del centro storico. Nel frattempo, mentre si discute il PRG, la città continua a crescere. Intere aree soggette ai piani particolareggiati sono sottoposte alla speculazione con demolizioni arbitrarie e con una edilizia di sostituzione simile a quella delle zone di espansione, con indici troppo elevati e altezze esagerate.
Tra le tante vicende, la più scandalosa è quella che riguarda Villa Deliella. Il 28 novembre 1959 è presentata (e il giorno stesso, un sabato, ottenuta) dal suo proprietario – il principe e ingegnere Francesco Lanza di Scalea – un’istanza ufficiale di demolizione di villa Deliella alle Croci. Si tratta di una costruzione realizzata nel 1909 da Ernesto Basile. Gli operai lavorano tutto il fine settimana per demolirla, mentre in via Libertà e nell’attiguo Giardino Inglese la vita scorre come sempre. L’amministrazione comunale non ritiene di dovere applicare la legge di salvaguardia, nonostante nel PRG del 1959, approvato pochi mesi prima, l’edificio figuri come “edificio monumentale da conservare” vincolando il giardino come verde privato e il regolamento edilizio allegato al piano regolatore ne vieti la demolizione. Sulla fine del villino Deliella si alza, in ritardo, un vero e proprio scandalo. Ormai si parla apertamente di “Sacco di Palermo”.
Sono anni in cui i nomi di Vito Ciancimino e Salvo Lima hanno un peso specifico enorme.
Nel 1962 la cosiddetta Legge Gioia, la numero 28, procura i fondi per un nucleo del primo piano di edilizia economica e popolare (legge 167 del 1962): destinati al risanamento del centro storico, vengono utilizzati per la costruzione di villaggi satellite: nella Piana dei Colli sorge lo ZEN (acronimo di Zona Espansione Nord), ufficialmente chiamato San Filippo Neri; a Borgo Nuovo con il CEP (coordinamento edilizia popolare). Il primo è oggi diviso in Zen 1 e Zen 2, due aree con diverse peculiarità costruttive; il secondo occupa un’area che si integra e sovrappone con il quartiere di Cruillas, fino alle falde di Monte Cuccio ed è limitrofo al quartiere di Borgo Nuovo, al quale è simile per caratteristiche urbanistiche.
Piante viarie legate al Sacco, L’Ora
A poca distanza sorge Cruillas, alle falde di Monte Cuccio e vicino al quartiere di San Giovanni Apostolo e alla zona di Petrazzi. Cruillas è composto prevalentemente da edilizia popolare o da grossi complessi di bassa altezza che inglobano le abitazioni di borgata più basse, caratterizzate principalmente da case a schiera o case in linea con attività al piano basso e dall’altezza che non supera i tre piani. Nel quartiere si trova un santuario, dedicato alla Madonna del Rosario di Pompei, costruito tra il 1892 ed il 1896, e alcune ville utilizzate dalla nobiltà palermitana per la villeggiatura fuori porta, risalenti al XVIII secolo. Le costruzioni hanno fagocitato le aree verdi utilizzate prevalentemente a scopo agricolo, riducendo Cruillas a una delle tante porzioni di Palermo con troppe case e pochi servizi.
Tra il 1965 e il 1970 ogni anno cambiano uso oltre 200 ettari e da terre fertili e coltivate diventano periferie fatte solo di cemento e di asfalto. Nella borgata di Ciaculli la mafia aveva però riservati per sé diversi agrumeti. Era la sola porzione della vecchia Conca d’Oro, fertile e ben irrigata, che aveva resistito all’assalto.
Il consumo di suolo si attenuò negli anni Ottanta, ma appena. Poi scese a 70 ettari tra il 1990 e il 2000 e quindi arrivò a 40.
L’espansione verso nord della città di Palermo aveva però determinato profonde trasformazioni nel territorio in cui si era inseria e aveva ovunque una peculiarità: la mancata realizzazione di servizi, attrezzature e per molto tempo anche di opere di urbanizzazione primaria.
L’assenza di servizi e di spazi pubblici determina un’ulteriore segregazione sociale nel rapporto col resto della città.
Durante la lunga sindacatura di Leoluca Orlando, che fece vivere alla città il sogno di una possibile Primavera, si sperimenta una inversione di tendenza, con i molti restauri e la vasta rivalutazione di intere zone del vecchio centro storico, all’interno del quale, però, continuano a convivere aree degradate ed edifici fatiscenti.
Foce dell’Oreto, foto FAI
Uno degli ultimi vergognosi capitoli del Sacco di Palermo è però quello che coinvolge Pizzo Sella, a nord di Palermo. Tra il 1978 e il 1983, su questo promontorio collinare che domina il golfo di Mondello il sodalizio tra mafia, politica e grandi imprese fece planare una colata di cemento per antropizzarlo manipolando lo strumento urbanistico del 1962.
Prima dell’entrata in vigore della legge urbanistica regionale, che avrebbe abbassato gli indici di edificabilità del piano regolatore, vengono rilasciate oltre trecento concessioni edilizie a nome di Rosa Greco, moglie del costruttore Andrea Notaro e sorella del boss mafioso Michele Greco. Solo quando 174 ville sono già edificate – e hanno stravolto irrimediabilmente l’orografia di Pizzo Sella – un esposto anonimo spinge la magistratura ad intervenire. Indagini dei carabinieri e della polizia municipale accertano allora un articolato progetto di lottizzazione fuori legge, i lavori vengono sospesi e si avvia un lungo iter processuale che evidenzia il subentro, dopo numerosi passaggi di proprietà, di società appartenenti a gruppi autorevoli quali Gardini e Ferruzzi.
La vicenda travolge le vite di chi ha acquistato in buona fede alcune delle ville finite complete di certificato di abitabilità. Nel 1997, infatti, l’intera area è sottoposta a sequestro preventivo. Acquisiti gli immobili, sotto le insistenti spinte delle associazioni ambientaliste, nel 1999 le ruspe comunali si muovono per abbattere gli ecomostri di Pizzo Sella, ma dopo sole cinque demolizioni tutto si ferma.
Nel museo Terra Franca Memoria Digitale una sezione per le donne che hanno cambiato la storiahttps://www.terra-franca.it/wp-content/uploads/2025/07/45-1920x1152-1.png19201152TERRA FRANCATERRA FRANCAhttps://www.terra-franca.it/wp-content/uploads/2025/07/45-1920x1152-1.png
Il museo digitale che HRYO sta facendo crescere – la sua denominazione burocratica è TOCC0000178 ma per noi è già Terra Franca Museo Digitale – si arricchisce di una nuova sezione, tutta al femminile. Le ragioni di questa scelta sono tutte in una domanda, alla quale abbiamo cercato di rispondere, in merito a diverse figure femminili per noi fonte di ispirazione.
Quali sono le possibili motivazioni profonde, le spinte inconsce che determinano una scelta irreversibile come quella che – in diversi tempi – fecero donne come Sojourner Truth, Marielle Franco, Rita Borsellino, Rosa Parks?
La domanda è, ovviamente, con risposta aperta. Ciascuno può avere la propria opinione. La nostra risposta è supportata da una riflessione di genere.
Una contraddizione sembra infatti segnare quelle scelte: poiché il corpo della donna, la sua identità, tutti i valori che ella tende a costruire vengono necessariamente cancellati da un tipo di scelta che, in determinati momenti della sua esistenza, si trasforma in lotta politica nel più alto significato. Eppure, nell’atto assoluto della ribellione totale agisce una identificazione che riscuote e risveglia qualcosa, la possibile e immediata rottura della subordinazione a un modello paternalistico di società con il quale si scontra e in quello scontro la debolezza diventa forza. Sono donne che prendono coscienza di sé, scoprono la possibilità di ribaltare i valori dati, di gestire la debolezza come forza, consapevolezza, molteplicità. Una maggiore emancipazione comporta una scoperta di quella contraddizione, una più grande voglia di rottura e insieme una più grande capacità di sintesi e di azione.
Abbiamo cercato di rintracciare tutti questi segni nella storia di dieci donne. Sono donne che hanno segnato la storia e si sono inventate nuovi modi di essere e il modo in cui questi ultimi si svilupparono è un problema aperto. Dieci donne che si impadronirono del potere, quel feticcio della nostra società capitalistica e verticistica, maschilista: il potere di decidere cosa fare della propria esistenza e di agire secondo le proprie convinzioni.
All’interno del nostro museo digitale Terra Franca Memoria Digitale abbiamo quindi creato una apposita sezione che raccoglie i pannelli con QR code dedicati a donne che hanno lottato contro la discriminazione di genere e ogni forma di ingiustizia. Troverete le storie di Rosa Parks, Marielle Franco, Rosa Vitale, Franca Viola, Letizia Battaglia, Nilde Iotti, Lina Merlin, Sojourner Truth, Rita Borsellino, Lea Garofalo: queste donne hanno sfidato regimi, mafie, razzismo, sessismo e silenzi imposti.
Scansionando i QR code potrete conoscere le loro storie: vite di resistenza, coraggio e visione, capaci di aprire strade nuove per tutte e tutti.
“La cultura dominante cerca di spaventarci, facendoci scegliere la sicurezza al posto del rischio e l’uniformità al posto della differenza”, scriveva la studiosa femminista Bell Hooks. Ricordare queste donne è un atto politico e umano.
Le parole sono importanti, i volti di piùhttps://www.terra-franca.it/wp-content/uploads/2022/10/312662636_5927972477235489_7896462415768933937_n.jpg600450TERRA FRANCATERRA FRANCAhttps://www.terra-franca.it/wp-content/uploads/2022/10/312662636_5927972477235489_7896462415768933937_n.jpg
Il confronto tra operatori, volontari e visitatori gioca sulla comprensione e la consapevolezza dell’azione politica che è occuparsi di un bene confiscato alla mafia. Tutto questo è reso possibile, in questi weekend di ottobre, grazie alla kermesse Le Vie dei Tesori, che ci ha accolti, noi di HRYO, tra le decine e decine di monumenti e di siti di enorme valore storico e artistico. Ci sentiamo un po’ come Cenerentola al ballo, ma siamo davvero felici di registrare tanta attenzione tra i visitatori a Terra Franca. Nella turbolenza del presente, le loro parole e la loro attenzione ci scuotono emotivamente ed intellettualmente.
Venite più vicino e vedrete: Terra Franca è per tutt*.
Il nostro è uno spazio aperto, che vuole incoraggiare la partecipazione.
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