Se avete visto foto in bianco e nero di Palermo com’era fino agli anni Trenta del secolo scorso potrete constatare che è una città che si stenta a riconoscere. I mutamenti sono tanti e tali da sconcertare. Cosa ne è della città celebrata da scrittori di fama mondiale come Goethe? Che poi, come è noto, sin dalla sua fondazione, nella città di Palermo – dove circolano i popoli, si muovono le genti, migrano migliaia di individui portandosi dietro culture e lingue, che ogni istante creano nuove culture e nuove lingue – ci sono inserti fenici, greci, romani, e quindi francesi, spagnoli e via dicendo in una stratificazione che ne aveva fatto un gioiello architettonico. Alla fine, allora, come siamo arrivati alla città che oggi vediamo?
Per raccontarvelo vogliamo partire da quando Human Rights Youth Organization si è infatuata, all’Ufficio Beni Confiscati del Comune di Palermo, di un’area che sarebbe diventata Terra Franca. La Human Rights Youth Organization, per inciso, si è costituita nel 2009 per promuovere diversi iniziative culturali e ambientali ha il proprio focus nella promozione dei diritti umani.
Nel 2019 HRYO ha scelto quella porzione di territorio nel quartiere periferico di Cruillas, immaginandola con colori sorprendenti, insetti, lucertole, nugoli di uccellini rumorosi, api e galline, con un ritmo lento per un luogo naturale nel mezzo di un contesto propriamente cittadino.
Così, ha sviluppato una proposta progettuale con l’obiettivo di ridare lo spazio di Terra Franca al luogo, al paesaggio, alla società: per cercare di salvare almeno una porzione di un quartiere che è stato antropizzato negli anni Settanta dal sodalizio fra mafia, grandi imprese e mala politica. Dopo l’approvazione del progetto, HRYO ha dedicato le sue energie a questo terreno confiscato alla mafia all’interno del quartiere Cruillas. Attraverso attività formative e inclusive, vogliamo dare speranza alla comunità locale nella lotta contro le mafie e rafforzare la sensibilizzazione su temi ambientali.
Cruillas è uno dei quartieri palermitani di più recente costruzione. La sua storia si intreccia con quella del Sacco di Palermo e bisognerà passare attraverso una storia frammentaria – in cui ci toccherà raccogliere pezzi seminati per strada e ridare loro una forma, scansando le lunghe digressioni che intralciano la conoscenza di fatti e di luoghi – per individuare le ragioni e le conseguenze di molte scelte urbanistiche che hanno violato e deturpato irreparabilmente il volto di Palermo.
Tutto questo lo abbiamo trasformato in un minidocumentario che potrete trovare a questo link: Il video è visibile al seguente link: https://studio.youtube.com/video/yvKKtH6rxCM/edit
La storia, invece, ve la raccontiamo un po’ più ampiamente qui.
Il sacco di Palermo avviene tra gli anni ’50 e agli anni ’70, periodo cruciale per lo sviluppo urbano di Palermo, perché ne determina le linee di urbanizzazione che ancora oggi la città segue.
Non si può però schiacciare la storia dell’urbanistica palermitana e del “sacco di Palermo” su pochi attori e poche cause: la mafia; la corruzione dei politici; la miseria di quel che restava della nobiltà con la consequenziale fame di nuove fonti di guadagno; l’inerzia e, a volte, spesso, la complicità della borghesia.
E’una storia molto più complessa, che vede un quadro molto più ampio. C’era una società che usciva dalla seconda guerra mondiale e in rapida trasformazione; c’è l’inurbamento promosso dal nuovo ruolo di capitale regionale dopo l’autonomia, con l’affluenza di migliaia di siciliani provenienti da ogni parte dell’Isola per occupare posti di lavoro nella pubblica amministrazione; si incrociano, infine, anche le lotte e le scelte dei movimenti politici, soprattutto quelli per la casa; ci sono infine le più ampie tendenze alla scala nazionale: su tutto, c’è la scelta di puntare altrove per l’industrializzazione del Paese e la deindustrializzazione di città come Palermo diviene il motore di sviluppo del nord industriale, garantendo manodopera migrante a basso costo.
Il “sacco di Palermo” non è un insieme di operazioni perniciose avvenute intorno agli anni Cinquanta e Settanta del secolo scorso: è un processo che dalla fine dell’Ottocento si avvarrà – per quasi tutto il secolo a venire – di un granitico blocco economico, politico, sociale e malavitoso che ruota attorno all’edilizia, alla proprietà dei suoli, alla capacità di sostenere processi legislativi e amministrativi considerati vantaggiosi, bloccando invece quelli sgraditi, e mobilitando risorse e voti. Il blocco di potere cambia nei decenni, poiché il processo ha innescato una forte mobilità sociale. Non cambia il risultato. “I piani urbanistici tracciati dal 1860 al 1962 prevedono una distruzione del disegno urbano tradizionale – scrive il progettista Pier Luigi Cervellati nella sua relazione al PPE del 1989 -, che nel corso del tempo è diventata sempre più radicale e violenta.” Come scrive Salvatore Butera: “questa mutazione genetica della città avvenne certo ad opera della mafia e dell’intreccio col malaffare della politica ma che contro di essa non vi si erse un popolo di vittime innocenti. Dai professionisti, notai, avvocati, ingegneri, architetti, geometri, alla gente comune, a coloro che della casa avevano bisogno.”
La crescente segregazione tra le varie Palermo è stata promossa dalla pratica di pianificazione in sé, ma anche dalla sistematica svalutazione e mancata applicazione degli strumenti di zonizzazione, che sono parte della costruzione delle periferie e del centro storico come “altro”. Si può affermare senza ombra di dubbio che nella Palermo del dopoguerra viene operata, artatamente, una separazione tra i diversi pezzi della società anche mediante la costruzione di nuovi quartieri. Vivere nel bello – anzi, nel decoro – è un’utopia riservata a chi può permetterselo.
Ma anche il vivere nel bello diventa difficile per chi può permetterselo. Prendiamo ad esempio i giardini di via Libertà.
Il primo tronco della via Libertà, compreso tre le piazze Ruggero Settimo e Castelnuovo, da un lato, e Francesco Crispi e Antonio Mordini, dall’altro, è ancora oggi il più bel viale alberato della nostra città.
Tracciata nel 1848, la sua edificazione ebbe inizio solo a partire dal 1884 con la lottizzazione del suo lato orientale, mentre sul lato opposto, che nel 1891 – 92 accolse le effimere architetture dell’Esposizione Nazionale, la costruzione della cortina edilizia cominciò solo qualche anno prima della nascita del XX secolo. Era la strada preferita dalla borghesia cittadina, che l’aveva adornata con ville, tra il 1890 e il 1914, definita dai migliori ingegneri e architetti del tempo.
Ma il viale nel 1976 poteva già dirsi in gran parte irrimediabilmente perduto. Il Piano Regolatore Generale di Palermo del 1962, infatti, lo consegnò alle società immobiliari che in pochissimi anni sostituirono più del 60% dei suoi edifici originari; quelli scampati alla demolizione sono oggi sovrastati da moderni edifici condominiali, molti dei quali privi di qualità architettonica.
Scomparsi, ad esempio, i giardini al piano terra di tutti gli edifici che su di essa si affacciavano. Oggi solo alcuni degli edifici scampati al “sacco di Palermo” conservano questi piccoli giardini, degli altri è possibile riconoscere soltanto qualche elemento superstite delle antiche recinzioni.
I dati e l’inchiesta
Secondo l’Istat, nel 1951 Palermo contava 490.692 residenti; 130.000 abitavano nel centro storico martoriato dalle bombe, che avevano reso inabitabili circa 69.000 vani devastando il 42,3 per cento della città. Nel 1971, i residenti nel centro storico erano appena 35.000, su una popolazione complessiva salita a 642.814 persone: un’esplosione demografica che aveva fatto lievitare l’area urbanizzata da 600 a 5.000 ettari, frutto di quello che è passato alla storia come il “sacco edilizio” politico-mafioso di Palermo. Questa definizione (coniata nel 1954 dall’esponente politico Aldo Natoli per la recente storia urbanistica di Roma) venne utilizzata per la prima volta in riferimento a Palermo dal giornalista Roberto Ciuni per descrivere nel 1961 il dispiego di cemento che stava stravolgendo il capoluogo dell’Isola.
Ciuni impiegò l’espressione “sacco edilizio” sulle pagine del quotidiano “L’Ora” in un’inchiesta in tre puntate. Il giornalista stabilì con precisione nel novembre del 1952 l’avvio del “sacco” cittadino, promosso allora grazie ad una convergenza d’interessi.
A fare le spese della pianificata speculazione edilizia fu il centro storico di Palermo danneggiato dalle bombe della guerra e fatto oggetto di un piano di risanamento rimasto astutamente inattuato: la creazione di nuovi quartieri periferici lungo l’asse di via Sciuti e della piana dei Colli avrebbe infatti garantito ben altri affari.
La storia recente ci dice che a Palermo l’urbanistica e l’architettura moderna hanno lasciato poco spazio alla conservazione del patrimonio storico, architettonico e delle aree verdi. I principali documenti cartografici e catastali storici sui quali si è operato fino al PRG del 1989 risalivano al 1877, 1881, 1912, 1930, 1954 e non tenevano conto dei borghi fuori le mura e della Conca d’Oro, divenute parte integrante della città: questo ha creato un alibi per quanti, negli anni ha compiuto operazioni di tabula rasa e di distruzione di cospicue parti di città.
È in questo periodo che la rendita fondiaria ha il sopravvento sulle altre componenti della rendita cittadina: l’economia palermitana trova nell’attività edilizia la componente dominante. La parcellizzazione dei terreni avviene nell’interesse dei grandi proprietari, in accordo con la politica. In questo contesto di interessi si inserisce la mafia, che ha abbandonato i sistemi usati tradizionalmente e, sul modello della malavita americana, si è innesta nell’attività economica, con prevalenza verso il settore edilizio che all’epoca è quello più remunerativo.
Il sacco di Palermo trova il suo fulcro nella determinazione del Comune di Palermo di coinvolgere nei “Piani di ampliamento al Piano di Ricostruzione” pure iniziative esterne a Palazzo delle Aquile che danno un loro senso allo sviluppo della città.
Nel 1955 viene nominato un commissario prefettizio, Giuseppe Salerno, e si insediano poco dopo due commissioni, entrambe incaricate di redigere il piano regolatore generale del Comune di Palermo. Salerno procede ad approvare le convenzioni già stipulate dal sindaco Scaduto. Nascono via Empedocle Restivo, viale Campania, viale Lazio: nasce così il boom edilizio di Palermo.
Nel 1956 il Piano regolatore generale subisce un’accelerazione. Le disposizioni della Regione vogliono che il PRG venga accompagnato da un piano di coordinamento esteso ai sedici Comuni che formano l’hinterland cittadino e da un piano particolareggiato di risanamento del centro storico. Nel frattempo, mentre si discute il PRG, la città continua a crescere. Intere aree soggette ai piani particolareggiati sono sottoposte alla speculazione con demolizioni arbitrarie e con una edilizia di sostituzione simile a quella delle zone di espansione, con indici troppo elevati e altezze esagerate.
Tra le tante vicende, la più scandalosa è quella che riguarda Villa Deliella. Il 28 novembre 1959 è presentata (e il giorno stesso, un sabato, ottenuta) dal suo proprietario – il principe e ingegnere Francesco Lanza di Scalea – un’istanza ufficiale di demolizione di villa Deliella alle Croci. Si tratta di una costruzione realizzata nel 1909 da Ernesto Basile. Gli operai lavorano tutto il fine settimana per demolirla, mentre in via Libertà e nell’attiguo Giardino Inglese la vita scorre come sempre. L’amministrazione comunale non ritiene di dovere applicare la legge di salvaguardia, nonostante nel PRG del 1959, approvato pochi mesi prima, l’edificio figuri come “edificio monumentale da conservare” vincolando il giardino come verde privato e il regolamento edilizio allegato al piano regolatore ne vieti la demolizione. Sulla fine del villino Deliella si alza, in ritardo, un vero e proprio scandalo. Ormai si parla apertamente di “Sacco di Palermo”.
Sono anni in cui i nomi di Vito Ciancimino e Salvo Lima hanno un peso specifico enorme.
Nel 1962 la cosiddetta Legge Gioia, la numero 28, procura i fondi per un nucleo del primo piano di edilizia economica e popolare (legge 167 del 1962): destinati al risanamento del centro storico, vengono utilizzati per la costruzione di villaggi satellite: nella Piana dei Colli sorge lo ZEN (acronimo di Zona Espansione Nord), ufficialmente chiamato San Filippo Neri; a Borgo Nuovo con il CEP (coordinamento edilizia popolare). Il primo è oggi diviso in Zen 1 e Zen 2, due aree con diverse peculiarità costruttive; il secondo occupa un’area che si integra e sovrappone con il quartiere di Cruillas, fino alle falde di Monte Cuccio ed è limitrofo al quartiere di Borgo Nuovo, al quale è simile per caratteristiche urbanistiche.

A poca distanza sorge Cruillas, alle falde di Monte Cuccio e vicino al quartiere di San Giovanni Apostolo e alla zona di Petrazzi. Cruillas è composto prevalentemente da edilizia popolare o da grossi complessi di bassa altezza che inglobano le abitazioni di borgata più basse, caratterizzate principalmente da case a schiera o case in linea con attività al piano basso e dall’altezza che non supera i tre piani. Nel quartiere si trova un santuario, dedicato alla Madonna del Rosario di Pompei, costruito tra il 1892 ed il 1896, e alcune ville utilizzate dalla nobiltà palermitana per la villeggiatura fuori porta, risalenti al XVIII secolo. Le costruzioni hanno fagocitato le aree verdi utilizzate prevalentemente a scopo agricolo, riducendo Cruillas a una delle tante porzioni di Palermo con troppe case e pochi servizi.
Tra il 1965 e il 1970 ogni anno cambiano uso oltre 200 ettari e da terre fertili e coltivate diventano periferie fatte solo di cemento e di asfalto. Nella borgata di Ciaculli la mafia aveva però riservati per sé diversi agrumeti. Era la sola porzione della vecchia Conca d’Oro, fertile e ben irrigata, che aveva resistito all’assalto.
Il consumo di suolo si attenuò negli anni Ottanta, ma appena. Poi scese a 70 ettari tra il 1990 e il 2000 e quindi arrivò a 40.
L’espansione verso nord della città di Palermo aveva però determinato profonde trasformazioni nel territorio in cui si era inseria e aveva ovunque una peculiarità: la mancata realizzazione di servizi, attrezzature e per molto tempo anche di opere di urbanizzazione primaria.
L’assenza di servizi e di spazi pubblici determina un’ulteriore segregazione sociale nel rapporto col resto della città.
Durante la lunga sindacatura di Leoluca Orlando, che fece vivere alla città il sogno di una possibile Primavera, si sperimenta una inversione di tendenza, con i molti restauri e la vasta rivalutazione di intere zone del vecchio centro storico, all’interno del quale, però, continuano a convivere aree degradate ed edifici fatiscenti.

Uno degli ultimi vergognosi capitoli del Sacco di Palermo è però quello che coinvolge Pizzo Sella, a nord di Palermo. Tra il 1978 e il 1983, su questo promontorio collinare che domina il golfo di Mondello il sodalizio tra mafia, politica e grandi imprese fece planare una colata di cemento per antropizzarlo manipolando lo strumento urbanistico del 1962.
Prima dell’entrata in vigore della legge urbanistica regionale, che avrebbe abbassato gli indici di edificabilità del piano regolatore, vengono rilasciate oltre trecento concessioni edilizie a nome di Rosa Greco, moglie del costruttore Andrea Notaro e sorella del boss mafioso Michele Greco. Solo quando 174 ville sono già edificate – e hanno stravolto irrimediabilmente l’orografia di Pizzo Sella – un esposto anonimo spinge la magistratura ad intervenire. Indagini dei carabinieri e della polizia municipale accertano allora un articolato progetto di lottizzazione fuori legge, i lavori vengono sospesi e si avvia un lungo iter processuale che evidenzia il subentro, dopo numerosi passaggi di proprietà, di società appartenenti a gruppi autorevoli quali Gardini e Ferruzzi.
La vicenda travolge le vite di chi ha acquistato in buona fede alcune delle ville finite complete di certificato di abitabilità. Nel 1997, infatti, l’intera area è sottoposta a sequestro preventivo. Acquisiti gli immobili, sotto le insistenti spinte delle associazioni ambientaliste, nel 1999 le ruspe comunali si muovono per abbattere gli ecomostri di Pizzo Sella, ma dopo sole cinque demolizioni tutto si ferma.

